Notizia inserita il 21 Settembre 2015

Intervista a Paolo Casali, direttore Oncologia medica dei tumori mesenchimali Istituto nazionale dei Tumori di Milano

 

– Dottor Casali, è opinione diffusa che la qualità di vita di un paziente oncologico peggiori non solo per la patologia in sé ma anche per i farmaci che vengono somministrati, è ancora così?

 

«No, non proprio. Il peggioramento della qualità di vita dovuto ai trattamenti farmacologici è in larga parte solo temporaneo – pensiamo per esempio alla perdita dei capelli durante il trattamento chemioterapico – e inoltre molti sintomi, come la nausea e il vomito sono stati debellati ormai da molti anni.

La novità importante della ricerca di questi ultimi anni sono invece i farmaci a bersaglio molecolare che, oltre ad una maggiore efficacia, non provocano i classici sintomi dei trattamenti; non vuol dire che non abbiano effetti collaterali, ma ne hanno meno, impattano in minor grado sulla qualità di vita dell’individuo, sono meno monotoni, meno ripetitivi.

 

Ritengo dunque che la qualità di vita del paziente affetto da sarcoma migliori con il miglioramento dei trattamenti terapeutici, perchè la più grande insidia è il sintomo della malattia e della diffusione della malattia. Quindi da un lato controllare i sintomi della malattia, e dall’altro evitare i sintomi da diffusione di malattia, sono il miglior modo per contribuire al miglioramento della qualità di vita dei nostri pazienti».

 

Qual è la domanda più frequente che la persona alla quale è stato diagnosticato un sarcoma le pone?

 

«“Dove devo andare?” questa è la domanda che costantemente viene posta al medico. E’ un problema e una sfida della struttura sanitaria, che deve essere in grado di rispondere a questa domanda fondamentale. Perché chi ha un tumore frequente oggi viene trattato bene in qualsiasi centro, mentre chi ha un tumore raro va curato nel centro attrezzato, specializzato, con personale e strutture adeguate per affrontare il percorso di cura di quella tipologia di tumore».

 

E allora?

 

«Allora la risposta è la rete; se riusciamo a mettere in rete una serie di centri specializzati per la cura dei tumori rari, è sufficiente che il paziente si rivolga ad uno di questi centri in rete perché abbia certezza di ottenere la migliore risposta al suo problema. La rete tumori rari è uno degli obiettivi di piano della conferenza Stato Regioni. L’esito, l’output è riuscire a rispondere al paziente in modo assolutamente efficace; la rete riconosce inoltre che c’è, per il paziente, anche un problema logistico dovuto alla durata dei trattamenti, agli spostamenti, e a quello che ne consegue per tutta l’organizzazione familiare».

 

Altre info: In documenti, La rete tumori rari e i centri aderenti in Italia

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