Il punto di partenza
Finoggi l’immunoterapia non aveva dato buoni risultati nei sarcomi dei tessuti molli, a eccezione di alcuni rari sottotipi: i ricercatori hanno voluto capire perché funziona solo in pochi casi e da che cosa dipende. L’obiettivo era di scoprire le caratteristiche molecolari collegate alla risposta ai farmaci immunoterapici oggi più utilizzati, gli anticorpi inibitori dei check point immunologici, in modo da poter disporre di un’arma in più contro questi tumori. I checkpoint immunologici sono regolatori di processi chiave del sistema immunitario. Queste molecole rappresentano i modulatori delle vie di segnalazione responsabili della tolleranza immunologica, un concetto che previene la distruzione di cellule “self” da parte del sistema immunitario.

Qual è il principale risultato
È la concentrazione di linfociti B nei pressi del tumore e la presenza di strutture linfoidi di tipo terziario (strutture ricche di cellule linfatiche che si sviluppano nei pressi di alcuni tumori, richiamate da uno stato di infiammazione prolungata), a caratterizzare la risposta positiva agli immunoterapici – nello specifico attraverso l’inibizione del check point immunologico che agisce sul recettore PD1 – risposta che si riflette in un miglior esito clinico (aumento di sopravvivenza senza progressione di malattia).

Che cosa è stato fatto

La figura mostra le diverse classi immunologiche dei sarcomi e la composizione dei rispettivi microambienti cellulari

I ricercatori hanno sviluppato una nuova classificazione “immunologica” dei sarcomi, che sono stati suddivisi in 5 classi (dalla A alla E, secondo una scala di “non risposta” a “miglior risposta”) proprio sulla base della composizione cellulare dell’ambiente esterno che li circonda (microambiente).
Utilizzando una tecnica che ha permesso di contare le cellule presenti nel microambiente e studiando un primo gruppo di più di 600 sarcomi di diversi sottotipi, è stata trovata una correlazione positiva tra la concentrazione di linfociti B (e non, per esempio, di linfciti T citotossici CD8+) e l’appartenenza alla classe E, che dava la miglior risposta all’immunoterapico. Il dato – cioè la grande concentrazione di linfociti B come caratteristica della classe E – è stato confermato in un secondo gruppo di pazienti.
Il tutto è coerente con quanto è emerso in un trial multicentrico di fase II (SARCO 28), dove risulta che sono i sarcomi della classe E a dare la miglior risposta al farmaco pembrolizumab, un anticorpo monoclonale contro il recettore PD1, e a mostrare il miglior valore di sopravvivenza libera da malattia.

Perché è importante questo lavoro e quali le possibili ricadute
La classificazione su base “immunologica” dei sarcomi in classi distinte, con l’individuazione delle principali caratteristiche molecolari dei tumori e del loro microambiente – se confermata – apre la possibilità di distinguere quali pazienti possono beneficiare del trattamento immunoterapico, a partire da quello con gli inibitori dei check point immunologici, personalizzando la proposta terapeutica.
In aggiunta, la classificazione “immunologica” consentirebbe di formulare una prognosi più precisa e personalizzata. Il dato potrebbe valere non solo nel caso dei sarcomi ma anche per altri tumori.

Oltre ad avere una possibile applicazione immediata utilizzando i farmaci già sul mercato, la scoperta rappresenta un’importante indicazione per la Ricerca per individuare e sviluppare nuovi farmaci, sempre più efficaci.

Fonte: Petitpraz F et al. B cells associated with survival and immunotherapy response in sarcoma. Nature 2020;577(7791):556-560. doi: 10.1038/s41586-019-1906-8.